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Associazione Archès

LE DINAMICHE INSEDIATIVE DEL SALENTO MERIDIONALE IN ETÁ ROMANA

di Marco Cavalera e Nicola Febbraro 

  1. PREMESSA

L’ambito territoriale preso in considerazione nel presente contributo è la Regio secunda[1] e, nello specifico, l’antica Calabria ossia l’estremità sud/occidentale della penisola salentina. L’arco cronologico di riferimento è compreso fra la romanizzazione del Salento (prima metà del III sec. a.C.) e l’età tardoantica (inizio VII sec. d.C.).

Si è partiti da un’indagine che ha riguardato il tratto costiero che va da Torre S. Giovanni (Ugento) a Torre S. Gregorio (Patù), il cui scopo è stato quello di ricostruirne l’antico sistema insediativo, integrando la documentazione esistente.

Le due località costiere erano degli importanti approdi al servizio, rispettivamente, dei municipia di Uzentum (Ugento) e Veretum (Patù) e dei relativi territoria. Erano rinomati per la fertilità dei suoli e la produzione vinicola ed olivicola[2] e serviti da un’importante arteria stradale: la via “Sallentina” (fig. 1).

Fig. 1: Viabilità romana del Salento. Fonte: Uggeri 1983.

La ricerca ha perseguito i seguenti obiettivi:

  • ricostruire i rapporti fra le due realtà urbane di Ugento e Vereto ed i relativi comprensori, rurali e costieri, all’indomani del processo di romanizzazione;
  • individuare altri eventuali scali marittimi secondari, al servizio delle fornaci individuate nel fondo del Canale Taviano-Fano localmente noto come Tariano (Salve)[3] ed a Felline (Alliste)[4];
  • comprendere se il modello insediativo, in età imperiale e tardoantica, fosse solo quello della “villa periferica”, che faceva riferimento a piccoli villaggi (vici) sparsi nel latifondo[5], o se vi fossero anche altre forme di sfruttamento del territorio.

Riguardo a quest’ultimo aspetto, si è cercato di ottenere nuovi dati che contribuissero alla ricostruzione delle conseguenze prodotte, nel basso Salento, dal collasso del sistema statale romano, avvenuto nel VI secolo d.C. Dalla tradizione storica emerge un quadro disastroso: un generale spopolamento della penisola salentina. I dati archeologici, invece, suggeriscono la riorganizzazione politico-economica della stessa sulla base di nuove realtà insediative e produttive.

  1. L’ETÁ TARDO REPUBBLICANA

Le ricognizioni di superficie hanno permesso di individuare numerose aree di frammenti fittili, riferibili all’età tardo repubblicana (II-I sec. a.C.), relative ad insediamenti rurali. Alcuni di essi sono di nuova fondazione, altri insistono su siti abitati in epoche precedenti.

Si tratta di piccole fattorie o di case coloniche abitate, per il tempo necessario allo svolgimento di determinate pratiche agricole, da esigui nuclei di contadini provenienti da Ugento e Vereto. Queste due città, al termine del processo di romanizzazione del Salento, sono divenute dei municipia[6].

Dalle indagini è emersa l’immagine di un territorio densamente popolato e molto vivace e dinamico dal punto di vista economico. Nell’area compresa fra Ugento e Salve, infatti, erano presenti almeno tre impianti produttivi di tegole ed anfore. Questo comprensorio, inoltre, disponeva di due importanti approdi (Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio), per mezzo dei quali le merci prodotte in loco raggiungevano i principali mercati del Mediterraneo.

Al 2007 risale il rinvenimento di un’importante evidenza archeologica a Lido Marini (Ugento). A ridosso della costa e nei pressi di sorgenti subacquee si individuavano dei ruderi di strutture murarie con abbondanti frammenti ceramici, d’età romana, riferibili ad un piccolo scalo utilizzato da imbarcazioni di modeste dimensioni, che trasportavano le merci prodotte nel fundus verso i vicini e più grandi approdi (fig. 2)[7].

  Fig. 2: Lido Marini. Ruderi delle strutture riferibili ad un piccolo scalo marittimo.

I dati archeologici a disposizione, riguardo a questa fase, suggeriscono un notevole incremento dei traffici che ha riguardato gli approdi di Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio. Il quadro economico che ne emerge, pertanto, è piuttosto vivace e non sembra che in quest’area si siano fatti sentire gli effetti negativi della guerra annibalica[8]. Lo scalo di Torre S. Gregorio, fra l’altro, acquisisce ora la fisionomia di un approdo organizzato, grazie alla realizzazione di alcune strutture di servizio e di una grande opera frangiflutti (fig. 3).

 Fig. 3: Baia di Torre San Gregorio, sede dell’antico approdo.

Il modello insediativo “centro urbano – insediamento agricolo e/o produttivo – piccolo approdo”, ipotizzato per il versante ionico del basso Salento, trova confronti, più a nord, con quello dell’ager Neretinum (Nardò). Recenti indagini effettuate in località Frascone (Palude del Capitano, Torre S. Isidoro), infatti, hanno permesso di individuare delle strutture legate ad attività produttive. Nelle loro vicinanze vi era un’area di frammenti fittili, ipoteticamente identificata con la pars urbana dell’insediamento.

La baia, nel corso dell’età tardo repubblicana-altoimperiale e soprattutto nella successiva fase tardoimperiale, ospitava un approdo “minore”. Il centro urbano di riferimento di questo territorium era Neretum (Nardò), divenuto municipio a seguito della Guerra Sociale[9].

Le ricerche effettuate nell’estremità sud-orientale della penisola, invece, hanno offerto un quadro differente riguardo al popolamento rurale in età repubblicana. Nell’ambito territoriale compreso tra Vaste e Castro, infatti, si assiste alla rarefazione dei siti. Il tutto è forse dovuto all’avvio del processo di romanizzazione, che avrebbe causato un profondo squilibrio nel territorio[10]. L’indubbia cesura, riscontrabile nel passaggio dalla fiorente fase ellenistica a quella repubblicana, potrebbe anche esser dovuta ad un calo “fisiologico”, a seguito della grande fioritura economica di altri comprensori più ricchi di risorse.

Per concludere, la penisola salentina in età tardo repubblicana è stata interessata da una considerevole crescita nel numero degli insediamenti rurali. L’articolazione nell’occupazione del territorio che ne emerge suggerisce un razionale sfruttamento delle risorse ed un incremento di esportazioni dei prodotti agricoli a partire dalla fine del II secolo a.C.

  1. L’ETÁ IMPERIALE

Il territorio compreso tra Ugento e Vereto, a partire dal II secolo d.C., si caratterizzava per la presenza di numerose strutture a carattere rurale, per lo più ubicate lungo il tracciato della via “Sallentina”.

Le aree sulle quali insistevano gli insediamenti rustici hanno restituito abbondanti reperti ceramici, riferibili sia alle strutture residenziali (ceramica africana da cucina, sigillata africana ed italica, ecc.) che alla pars rustica degli stessi (anforacei e dolia).

Le strutture residenziali del dominus, del curatore o dell’amministratore del fondo erano connesse agli ambienti adibiti alle attività produttive ed all’immagazzinamento delle derrate agricole. Emblematico, a tal proposito, è il recente rinvenimento dei resti di una fattoria individuati a Salve, in località Trisciani (fig. 4). I frammenti di vasellame da mensa e quelli di contenitori da trasporto e da magazzino sono stati qui rinvenuti in due fondi attigui[11].

 Fig. 4: Blocchi tufacei pertinenti le antiche strutture della villa romana di loc. Trisciani (Salve).

Le prospezioni di superficie hanno anche evidenziato l’assenza di elementi architettonici di pregio, ricorrenti negli ambienti residenziali delle ville ubicate in altri comprensori rurali della penisola italiana: tessere musive, frammenti di mosaici o semplici signini. Tali edifici, evidentemente, avevano nel Salento una destinazione d’uso legata più ad esigenze funzionali, lavorative ed utilitaristiche che al comfort.

Gli ambienti residenziali erano realizzati con tecniche edilizie piuttosto povere, che prevedevano l’impiego di blocchi in calcare locale, legno e “tufina” (calcarenite triturata ed impastata con acqua ed usata come legante). Le pareti erano rivestite con un intonaco per lo più acromo ed i piani di calpestio realizzati in semplice battuto[12].

Il comprensorio Vaste-Castro, in questa fase, torna ad essere popolato in modo più intensivo. Le ricognizioni di superficie, infatti, hanno permesso l’individuazione di una dozzina di fattorie di nuovo impianto, riferibili al I-II secolo d.C. Le stesse si caratterizzano per una limitata estensione, l’assenza di elementi architettonici di pregio e di cementizio e la presenza di embrici e frammenti di macine[13].

  1. L’ETÁ TARDOANTICA

Il Salento, in età tardoantica, è stato interessato da un notevole incremento degli insediamenti rurali. Dalla documentazione archeologica, pertanto, emerge il quadro di un’economia fiorente, che non ha risentito della crisi generale, culminata nel III-IV secolo d.C. Ciò è dovuto alla presenza di un sistema viario ancora efficiente, di un territorio rurale fortemente antropizzato e di alcuni centri portuali (Brindisi ed Otranto su tutti) in grado di mantenere attive le rotte commerciali con il Mediterraneo orientale e meridionale, almeno fino al VI o alla prima metà del VII secolo[14].

Nel comprensorio Ugento-Vereto è attestata una continuità di vita dei precedenti siti rurali, che sembrano ora raggiungere il culmine della loro prosperità[15].

Le numerose aree di frammenti fittili individuate presentano le caratteristiche dell’insediamento vicanico: dimensioni ridotte dell’area di dispersione dei manufatti (0,5-3 ettari)[16], utilizzo di tecniche edilizie povere, presenza di evidenze riferibili ad attività agricolo-produttive (macine in pietra lavica, scorie di ferro, cisterne per l’approvvigionamento idrico, ecc.).

L’analisi spaziale della distribuzione dei siti offre caratteri ripetitivi riconducibili ad un preciso modello insediativo: vicinanza ad un’arteria stradale e ad un approdo, distanza pressoché costante dalla linea di costa (1,5 – 2 km) ed ubicazione ad una quota s.l.m. compresa tra i 70 e i 120 metri[17]. Fra i fattori che hanno influenzato queste scelte insediative vi è la presenza, a ridosso della fascia costiera, di aree paludose e insalubri che rendevano «l’ambiente selvaggio e privo delle peculiarità essenziali al vivere umano»[18].

Riguardo al Salento meridionale, la distribuzione dei siti rurali ha ovviamente subito l’influenza dei municipia di Ugento e Vereto. La Carta archeologica evidenzia l’elevata concentrazione degli stessi in tre aree:

  1. quella compresa tra il municipium di Ugento e il suo approdo di riferimento;
  2. quella che si sviluppa nell’entroterra dello scalo di Lido Marini;
  3. quella che interessa i territori comunali di Salve, Morciano di Leuca e Patù, che ha subito l’influenza del municipium di Vereto e dello scalo di Torre S. Gregorio.

Il paesaggio costiero presenta una rarefazione di insediamenti nelle zone interposte tra queste aree, probabilmente a causa della maggiore lontananza dai due centri abitati di riferimento e dai rispettivi approdi o per uno sfruttamento agricolo basato sulla presenza di ville con fundi di notevole estensione, forse specializzati nella produzione cerealicola.

La fitta occupazione delle aree comprese tra i municipia di Ugento e Vereto e il mare sembra far riferimento ad un’organizzazione insediativa del territorio che i Romani chiamavano pagus, articolata in numerosi piccoli villaggi, denominati vici. Questi raccoglievano la popolazione rurale, che doveva sfruttare intensamente le risorse agricole del territorio, in particolare quelle cerealicole, vinicole e dell’olivicoltura.

I vigneti e gli oliveti erano ubicati nelle zone più vicine al mercato, ossia alle strade importanti ed agli approdi. Alla cerealicoltura e alla pastorizia estensiva, invece, erano destinate le aree marginali[19]. Nelle immediate vicinanze dei due porti di Torre S. Giovanni e Torre S. Gregorio, infatti, sono state identificate numerose aree di frammenti fittili ricche di reperti anforacei e di dolia, riconducibili alla produzione e al commercio di vino ed olio. Elementi riferibili alla pratica della cerealicoltura, invece, sono stati individuati in zone più distanti dagli stessi. A Salve, ad esempio, l’insediamento ubicato in località Trisciani ha restituito diversi frammenti di macine da grano in pietra lavica[20]. Diversi pesi da telaio, riferibili a questa fase, sono stati individuati nell’entroterra ugentino, a testimonianza dello svolgimento di attività legate alla pastorizia, come la filatura della lana[21].

Un simile modello insediativo, basato sul vicus, è stato riconosciuto anche in altri agri del Salento centro-meridionale. A Cutrofiano sono state rinvenute tre aree di frammenti fittili d’età romana nelle località: Badia, Scacciato e Castelli[22]. A Supersano sono stati individuati resti di occupazione tardoantica in località Falconiera, su di un pianoro ubicato ai piedi della serra[23]. Ulteriori aree di frammenti fittili – tutte riferibili a strutture rustiche (vici) di età imperiale e tardoantica – sono state rinvenute nei territori di Corigliano d’Otranto (località Padulano[24]), Specchia (località Grassano[25] e Cardigliano[26]), Depressa (contrada Pozzi)[27] e Diso (località Cellini)[28]. Quest’ultimo insediamento, ubicato su un pianoro a breve distanza dal mare Adriatico, presenta evidenti analogie con quelli individuati lungo la fascia ionica: vicinanza all’approdo di Castrum Minervae (Castro) e dal tracciato della via “Sallentina”. Diversi siti coevi sono stati individuati nei territori di Vaste, Vignacastrisi e Vitigliano[29]. Nel comprensorio Vaste-Castro, dunque, si assiste ora ad un fenomeno di ripopolamento basato su una rete integrata di vici, villae, fattorie e approdo.

In località San Foca (Melendugno) – circa 20 km a Nord di Otranto – sono state individuate delle strutture attribuite ad un insediamento produttivo, a carattere probabilmente stagionale, dedito alle attività di pesca e lavorazione del pescato. Non si tratta di singole unità abitative/produttive o manifatturiere, ma di un piccolo villaggio abitato da una decina di individui, per il quale è possibile ipotizzare una dimensione vicanica. Si può richiamare l’immagine – fatte le debite proporzioni – di un “vicus industriale”, dedito allo sfruttamento delle risorse marittime[30].

Anche sul litorale ionico, in località Frascone (Nardò), è stato rinvenuto un sito riferibile al modello insediativo del vicus. L’insieme dei dati archeologici permette di ipotizzare una destinazione d’uso delle sue strutture più utilitaristica e funzionale che abitativa.

Riguardo al Salento meridionale, invece, sia nel comparto adriatico che in quello ionico si assiste ora ad una persistenza e vivacità di presenza degli insediamenti. Il dato è in controtendenza rispetto a quanto attestato in altre aree dell’Italia meridionale e nell’entroterra della Puglia settentrionale. Questo dinamismo, suggerito dalle fonti e confermato dalle evidenze archeologiche, si deve anche all’efficace organizzazione insediativa del territorio salentino, basata sul trinomio: centro interno, insediamento rurale ed approdo.

Nel comprensorio del sud Salento erano ora attivi almeno tre scali marittimi (Torre S. Giovanni, Lido Marini e Torre S. Gregorio), due centri interni di riferimento (Ugento e Vereto) ed alcuni insediamenti nell’immediato retroterra, definiti con molta cautela vicanici.

I paesaggi tardoantichi della Puglia erano caratterizzati dalla peculiare convivenza, nello stesso ambito territoriale, di ville, fattorie e villaggi. L’attività principale di questa regione era quella agricola, ma risulta difficile ricostruire nel dettaglio il paesaggio agrario nella sua articolazione tra agricolture intensive (vigneti ed uliveti), colture cerealicole ed aree destinate al pascolo.

Questo sistema insediativo richiama il modello della “villa periferica”, con la proprietà articolata in fondi e sistemi di conduzione diversificati, un edificio centrale, in alcuni casi residenza del dominus o del suo curatore e sede dell’amministrazione. I luoghi adibiti alle attività produttive e alle dimore della manodopera erano sparsi nel territorio circostante[31]. Si tratta dei cosiddetti vici, ai quali occorre rifarsi quando si individuano delle piccole superfici con sporadico materiale fittile.

L’organizzazione pagano-vicanica di questa fase riprende uno schema insediativo già noto nella regione in età preromana. Il vicus era un’unità insediativa che ben si integrava con il tipo di organizzazione produttiva, in prevalenza cerealicola, e con le condizioni ambientali. I vici, inoltre, erano in stretto legame con le viae: molti villaggi si svilupparono lungo delle arterie viarie e assolsero alla funzione di punti di stazione del cursus publicus.

L’esistenza di vasche di grandi dimensioni utilizzate per la raccolta di acqua piovana, che caratterizzava gli insediamenti vicanici, conferma la centralità assunta dal problema dell’approvvigionamento idrico in campagna. Cisterne di notevoli dimensioni, all’interno di un vicus, sono state rinvenute nel tarantino a Masseria Fontana, nel brindisino a Masseria San Giorgio e nel Salento a Vitigliano ed a Morciano di Leuca, in località Concagnane (fig. 5)[32].

 Fig. 6: Una delle cisterne individuate in località Concagnane (Morciano di Leuca).

I vici erano quindi dei piccoli abitati rurali, strettamente connessi con le villae e le fattorie, nei quali si svolgevano delle attività peculiari della vita agricola: stoccaggio di derrate alimentari destinate all’annona e al mercato, fiere (nundinae), ecc. Gli stessi fungevano da sosta durante il viaggio.

La nascita del vicus può derivare dal fenomeno di diminuzione delle ville di minori dimensioni, avvenuto in età imperiale a causa di una maggiore concentrazione della proprietà terriera. I contadini-coloni, impegnati nelle varie attività produttive della villa, risiedevano nei vici, da soli o assieme ai possidenti terrieri.

Vera, a proposito dei paesaggi tardoantichi del Meridione, scrive che «nelle relazioni funzionali fra le città, le ville, i vici, i fundi suddivisi e i territori che comprendono queste entità non appaiono come il frutto di una stanca destrutturazione degli impianti precedenti, bensì il risultato del rimodellarsi delle realtà insediative in forme capaci di conciliare forte accentramento della proprietà della terra e forte decentramento della produzione agricola ora fondata su nuclei produttivi piccoli, riducibili nella sostanza alla famiglia contadina»[33].

Nel territorio salentino, anche in questa fase, non è attestata la presenza di ville di lusso, cosiddette “varroniane”. Dalle indagini, infatti, non sono mai emersi elementi archeologici di pregio: pavimenti in opus sectile, impianti termali[34], marmi di origine italica e provinciale, intonaci dipinti, vetri da finestra, ecc.

Gli insediamenti rurali salentini, come detto, nascono e vivono per lo sfruttamento agricolo e, più raramente, delle risorse marine. La decorazione e gli abbellimenti degli edifici, pertanto, vengono messi in secondo piano. Il rinvenimento di alcuni frammenti di intonaci parietali con una sobria ornamentazione dipinta può però essere un elemento sufficiente a delineare la maggiore cura dei vani del settore residenziale (forse la pars urbana della villa) rispetto alla generale e disadorna povertà dei fabbricati rustici delle più umili fattorie. Anche il particolare valore di alcuni oggetti di uso quotidiano (ad esempio il raffinato vasellame da mensa all’interno di umili abitazioni rustiche) poteva migliorare il tono residenziale degli edifici. I meno agiati abitanti delle campagne, infatti, intendevano elevare il loro stile e quadro domestico, improntandolo a forme di emulazione ideale, ispirate a più aulici modelli[35]. Anche la presenza di vasellame d’importazione (ad es. di terra sigillata africana) dimostra l’inserimento di questi insediamenti rurali nel più vasto sistema di commerci e scambi del bacino del Mediterraneo[36].

Il materiale archeologico rinvenuto in questi contesti, tuttavia, riguarda per lo più ceramica comune, anfore, dolia e macine da grano in pietra lavica, a dimostrazione di come gli insediamenti vicanici salentini erano dediti soprattutto alle attività agricole ed ai relativi commerci. Si tratta di dati, frutto quasi esclusivamente di ricognizioni di superficie, che dimostrano, in questa fase, la sostanziale articolazione degli insediamenti rurali salentini, con una parte destinata ad esigenze residenziali di modesto livello ed una riservata ad ambienti di servizio e di produzione.

  1. CONCLUSIONI

Lo svolgimento di recenti indagini archeologiche ha invertito il quadro economico, relativo al periodo immediatamente successivo al conflitto annibalico, nella penisola salentina, rispetto a quello tramandatoci dalla tradizione storiografica. Da quest’ultima, infatti, si evince l’immagine di un inarrestabile declino che ridusse il Salento ad un pascolo di greggi, con pochi e isolati insediamenti rustici. Le ricerche sul terreno, per contro, ne hanno rivelato una notevole vivacità.

Gli approdi del basso Salento (Torre S. Giovanni, Torre S. Gregorio e, forse, Lido Marini) sono stati potenziati, a seguito del processo di romanizzazione, ed inseriti in un circuito di contatti commerciali con il Mediterraneo orientale. Il sistema insediativo, inoltre, si è strutturato sulla presenza di alcuni centri interni di riferimento (Ugento e Vereto), divenuti municipi nel corso del I sec. a.C., e su degli insediamenti agricoli e/o produttivi sparsi nell’agro. Numerose erano poi le attività manifatturiere del Salento meridionale e centro-settentrionale, a dimostrazione dell’esistenza di un’arboricoltura specializzata e di un considerevole traffico marittimo, che permetteva all’azienda agricola di commercializzare il surplus.

Durante la prima età imperiale si assiste alla fine della grande esportazione agricola, vinicola ed olivicola e dei manufatti fittili prodotti negli ateliers brindisini e del leccese. Più che di un periodo di crisi si deve parlare di un processo di trasformazione e “conversione” dell’economia della regione, che si rivolge ora verso altre colture e forme di produzione. Rimane invariato, rispetto alla precedente fase, il legame tra centro urbano, territorio rurale e approdo. Il potere centrale, inoltre, seleziona e potenzia i porti che ritiene più utili ai suoi scopi: Brindisi, Otranto, Egnazia, San Cataldo, ecc.; con lo scopo di incrementare i rapporti commerciali con l’Oriente e con le realtà produttive del Nord Africa[37].

Nella penisola salentina, nel corso della media età imperiale, si assiste ad una stagione di crescita economica a seguito dell’aumento degli investimenti da parte della famiglia imperiale e dell’aristocrazia senatoria. Le grandi famiglie senatorie italiche e provinciali, infatti, tra il I e gli inizi del III secolo d.C., indirizzano i propri interessi economici verso questo territorio, spinte dalla presenza di efficienti infrastrutture (strade, porti ed approdi), dalla relativa vicinanza alla capitale e sicurezza dell’area.

Il passaggio alla tarda Antichità non è segnato da alcuna cesura. Questo comparto, infatti, rivela, tanto nella fascia costiera che nell’entroterra, una persistenza e vivacità di presenze in controtendenza rispetto ad altre aree dell’Italia meridionale. Le evidenze archeologiche, in questo caso, confermano quelle storiche, offrendo l’immagine di un territorio fiorente dal punto di vista economico e dotato di una rete di approdi attivi: Otranto, Torre S. Stefano e Porto Badisco (Otranto), Castro, Torre S. Gregorio (Patù), Lido Marini (Ugento), Palude del Capitano/Frascone e S. Maria al Bagno (Nardò), ecc. La vivacità degli approdi rispecchia una certa prosperità produttiva del rispettivo entroterra rurale, che presenta una nuova, o rinnovata, forma insediativa: i vici ossia agglomerati rurali perfettamente integrati con la viabilità e con gli approdi.

Nella fascia costiera dei comuni di Salve, Morciano di Leuca e Patù sono state individuate diverse aree di frammenti fittili, riconducibili al modello insediativo del vicus, nelle località: Trisciani (Salve), Concagnane e Le Chiuse (Morciano di Leuca) e Macchie di Romano (nel territorio di Patù, rinvenuta grazie ad una segnalazione di Paolo Cosi, fig. 6).

 Fig. 6: Area di frammenti fittili, rinvenuta in loc. Macchie di Romano (Patù).

I rinvenimenti archeologici – sia subacquei che terrestri – hanno evidenziato un notevole volume di scambi e di flussi di importazioni instaurati con l’Africa settentrionale e, a partire dal IV secolo, con il bacino orientale del Mediterraneo. Questo dato sottolinea ancora una volta la particolare vivacità di quest’area rispetto alle regioni interne dell’Italia meridionale.

Il momento di fioritura economica del Salento si interrompe con l’invasione longobarda della Regio II che, pur non coinvolgendo appieno il basso Salento (la Calabria infatti, rimasta in mano ai Bizantini, ne risulta meno colpita), provoca una contrazione degli insediamenti urbani e rurali ed una crisi di carattere demografico, amministrativo, economico e politico. Le evidenze archeologiche dimostrano che in questa fase gli insediamenti sono abbandonati. Il sistema insediativo tardoantico del basso Salento si disgrega, in ultimo, a seguito dello scoppio della guerra greco-gotica.

Le più recenti ricognizioni di superficie effettuate nell’otrantino hanno permesso di individuare nuove forme di occupazione del territorio, riferibili alla fase di transizione fra il VI ed il VII secolo. Si tratta, probabilmente, non più di vicus ma di nuclei insediativi di modeste dimensioni[38].

Non si può escludere che nuove acquisizioni, relative al periodo di passaggio tra Antichità e Medioevo, permettano di ridisegnare il non positivo quadro amministrativo, demografico ed economico fornitoci dai dati attualmente a disposizione.

Contributo pubblicato nell’annuario “Annu novu Salve vecchiu”, Tricase, 2015, ed. Cultura e Turismo, pp. 25-42.

Per maggiori approfondimenti sull’età romana nel Salento: N. Febbraro, “Archeologia del Salento. Il territorio di Salve dai primi abitanti alla romanizzazione“, Tricase, 2011, Libellula Edizioni, pp. 213 – 246.

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[1] La divisione amministrativa dell’Italia in undici regioni, effettuata da Augusto nel I secolo a.C., comportò l’inserimento della penisola salentina nella Regio II, denominata Apulia et Calabria.

[2] Strabone descrive così la regione dei Sallentini: «La terra degli Iapigi che segue a questa (Taranto) presenta contro ogni aspettativa un aspetto ridente; benché infatti appaia pietrosa in superficie, lavorandola, tuttavia, si scopre che il terreno è arabile e profondo, e malgrado sia povera di acqua, non meno appare ricca di pascoli e di alberi» (Geogr., VI, 3,5). Il geografo greco (Geogr., VII, 5, 10) ci informa anche che, al tempo di Augusto, i territori affacciati sulle due sponde dell’Adriatico producevano grandi quantità di olio e di vino (Lombardo 1992; Manacorda 1998).

[3] D’Andria 1978a, p. 47; ASAP, Deposito, Busta 1, Fascicolo 2, Sottofascicolo 6, 1983;  Pagliara 1983; Auriemma 2003, p. 143; Auriemma 2004a, pp. 285, 293-294, 318; Sammarco e Febbraro 2004, pp. 13-14.

[4] Pagliara 1968, pp. 227-231.

[5] Carandini distingue una villa “centrale” e una “periferica”. La prima era vicina a città, grandi vie di comunicazione e porti. Sorgeva su terreni fertili su cui si impiantavano colture intensive, che richiedevano l’investimento di ingenti risorse economiche. La “villa periferica” – invece – si trovava nella longinqua regio ed era più lontana da città e infrastrutture. La stessa era impiantata su terreni meno fertili ed in condizioni meno salubri, implicava minori investimenti di capitale e veniva coltivata estensivamente. I fondi, di conseguenza, erano più ampi e difficilmente sorvegliabili dal proprietario, che si avvaleva qualche volta di schiavi alloggiati nella villa e, più spesso, di coloni accolti in case rurali o nel vicino villaggio (Carandini 1993, p. 243; Carandini 1995, p. 34).

[6] Riguardo ad Ugento: Pagliara 1968; D’Andria 1978b (pp. 564-565); Ciongoli 1988 (pp. 173-174); Pizzurro 2002 (pp. 103, 111). Per Vereto: Pagliara 1969-71 (pp. 121-136); Pagliara 1976 (pp. 441-451); D’Andria 1978a (p. 47); Daquino 1991; Auriemma 2003 (pp. 140-141); Auriemma 2004a (pp. 274-275); Sammarco 2008 (pp. 60-61).

[7] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 232- 235.

[8] Desy e De Paepe 1990, pp. 232-234.

[9] I suoi scali di riferimento erano Santa Caterina, fino all’età tardo repubblicana, e Santa Maria al Bagno, fino al periodo tardo antico (Auriemma 2004a).

[10] Auriemma 2004a, p. 265.

[11] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 238-244.

[12] Auriemma 2004a, p. 266.

[13] Auriemma 2004a, p. 267.

[14] Auriemma 2004a, p. 331.

[15] Auriemma 2004a, pp. 331-336.

[16] Le ville tardoantiche hanno un’estensione della superficie compresa solitamente tra i 4 e i 6 ettari.

[17] Rosafio 2008, pp. 387-391.

[18] Lezzi 2000, p. 66. Sul versante adriatico lo stesso problema si riscontra nel brindisino, dove la rarefazione di insediamenti sulla costa – in contrapposizione con l’addensamento di ville e villaggi nelle aree dell’entroterra – è stata messa in relazione con la presenza di paludi e boschi sulla fascia costiera (Aprosio 2005, p. 445).

[19] Burgers 2001, pp. 259-260.

[20] Febbraro e Cavalera 2011, pp. 242-243.

[21] Roller 1995, p. 434.

[22] Melissano 1990, pp. 257-297; Melissano 2004, pp. 39-52.

[23] Giannotta 1990,  pp. 299-309.

[24] De Mitri 2010, p. 149.

[25] Riguardo alla presenza di un casale abitato a partire dall’età romana, ubicato nei pressi della cappella di Sant’Eufemia e denominato Grassano, gli unici dati provengono dalla tradizione orale che parla di rinvenimenti fortuiti relativi a: monete di diverse epoche, colonne, frammenti fittili/anforacei (fra cui un frammento di ansa con bollo), laterizi, ceramica sigillata africana ed italica, riferibili all’età imperiale e tardoantica (II sec. d.C./VI sec. d.C.).

[26] Su di un pianoro che sovrasta un costone roccioso, ubicato in località Sant’Elia nei pressi del borgo disabitato di Cardigliano (Specchia), sono state rinvenute numerose tombe a fossa scavate nel banco tufaceo affiorante. Le sepolture presentano forme e tipologie diverse. Alcune di esse, di modeste dimensioni ed orientate in senso E-O, sono a riferire all’antica cappella di Sant’Elia, i cui resti si trovano ad un centinaio di metri di distanza. Altre, di maggior lunghezza e larghezza, sono probabilmente di età romano imperiale. Delle ricerche di superficie, effettuate in epoche passate, hanno portato al rinvenimento di numerose epigrafi funerarie di età imperiale (II-III secolo d.C.), alcune delle quali reimpiegate nell’erezione della vicina chiesa di Sant’Elia (Pagliara 1980, pp. 221-225). Recenti indagini, inoltre, hanno permesso di identificare un’area di frammenti fittili di età romana e medievale nei pressi della Masseria Cardigliano di Sotto. Fra il materiale archeologico rinvenuto vi sono laterizi (coppi e tegole), ceramica comune acroma, sigillata africana ed italica, anfore di produzione orientale (Late Roman Amphora 1 e 2) e africana, dolia, ceramica invetriata dipinta in rosso e bruno e monocroma verde. Le tombe scavate nella roccia, i monumenti funerari e i frammenti fittili rinvenuti in località Sant’Elia documentano l’esistenza, in età romano imperiale e medievale, di un insediamento rustico di ridotte dimensioni.

[27] Due aree di frammenti fittili d’età romano imperiale e tardoantica (III/VI secolo d.C.), relative a fattorie di medie dimensioni, sono state individuate lungo la Strada Provinciale che collega Depressa a Castiglione d’Otranto (Mastria, Nuzzo 2007, pp. 75-92).

[28] Cavalera e Febbraro 2010.

[29] Auriemma 2004a, p. 266.

[30] D’Andria 1980, pp. 79-88; Auriemma 2004a, pp. 185-188.

[31] Auriemma 2004a, p. 334. Andrea Carandini, a proposito della morfologia più canonica delle ville così come emerge dalle fonti antiche e dalle evidenze archeologiche, scrive: «la villa si articola fin dall’inizio nelle parti urbana e rustica, quest’ultima divisibile a sua volta nelle parti rustica e fructuaria. La parte urbana è riservata al dominus, ai suoi ospiti e anche, a partire da una certa epoca, a quel dominus che era il liberto procurator, posto a controllo del vilicus […]. La parte rustica comprende l’instrumentum vocale (gli schiavi), semivocale (il bestiame) e mutum (suppellettili, strumenti e navi). La parte fructuaria si riferisce invece alla lavorazione e conservazione dei prodotti dei campi […]. Della parte rustica possono far parte un’osteria, poche case coloniche, eventuali depositi temporanei di strumenti, capanne di pastori […]. Della parte fructuaria fanno parte i locali per il vino […], per l’olio […] e i granai» (Carandini 1989, pp. 109-111).

[32] Cavalera 2007-08.

[33] Vera 2005, pp. 32-33.

[34] Nel territorio di San Dana (Gagliano del Capo), tuttavia, è stata individuata e indagata una villa di età tardo romana (fine IV – inizi VI secolo d.C.), tra le cui strutture di pertinenza vi era un edificio termale. L’ipotesi è stata avvalorata dal rinvenimento di frammenti di tubuli fittili e di tegulae mammatae, utilizzati per la conduzione del calore nelle murature degli edifici termali (Notario 2002, pp. 161-165).

[35] Ortalli 2003, pp. 261-280.

[36] Melissano 2004, p. 44. Non sono pochi, ancora oggi, gli studiosi che teorizzano un’emarginazione economica del Salento meridionale, relativamente agli ultimi secoli dell’età romana, rispetto alle maggiori correnti del traffico commerciale.

[37] Auriemma 2004b, p. 217.

[38] Arthur 2005, pp. 184-186.